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Che cosa non sappiamo

Alla fine dell’Ottocento la fisica sembrava sostanzialmente conclusa, eccezion fatta per qualche problemino minore ancora da risolvere. Lord Kelvin ne aveva evidenziati due: uno aveva a che fare con la velocità della luce, l’altro con l’emissione dei corpi in equilibrio termodinamico.

Non erano “problemini minori”. Il primo portò alla nascita della relatività, il secondo alla meccanica quantistica. Le due teorie cardine della fisica moderna ci hanno regalato uno spiraglio di comprensione dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo, ma in cambio hanno stravolto molte delle nostre certezze su quelli che credevamo essere lo spazio, il tempo, la materia e l’universo stesso.

Meccanica quantistica e relatività ci hanno definitivamente traghettati fuori dalla fisica classica, nell’inesplorato territorio di ciò che non ci è intuitivo, non ci è amico. Rispetto all’epoca di Kelvin abbiamo più risposte, ma anche molte più domande. Non sappiamo innanzitutto mettere d’accordo le due teorie. Non sappiamo dare una descrizione quantistica della gravità, né sappiamo perché sia così debole rispetto alle altre interazioni fondamentali.

Non sappiamo di cosa è fatto il 96% dell’universo, cioè la materia oscura che tiene insieme le galassie e l’energia oscura che accelera l’espansione dell’universo.

Non sappiamo se l’universo è infinito, oltre alla porzione per noi osservabile. Ci sono là fuori infinite copie della Terra e di te stesso? E magari infinite varianti di te che in questo momento stanno invadendo la Polonia o vincendo il Nobel?

Non sappiamo cosa ha dato origine al Big Bang, non sappiamo quale sarà il destino finale dell’universo, non sappiamo se esistono altri universi.

Non sappiamo cos’ha prodotto l’asimmetria iniziale tra materia e antimateria grazie alla quale oggi può esserci qualcosa nel cosmo, tra cui anche noi.

“Cosmo” deriva dal greco “kòsmos”, che significa “ordine”. Là fuori in effetti c’è un ordine, leggi che ai fisici piace scoprire e comprendere. A fine Ottocento credevano di avere quasi concluso il lavoro: non sapevano quanto non sapessero. Oggi sappiamo che non è semplice comprendere questo “ordine” grande 93 miliardi di anni luce, con dentro 1024 stelle e 1080 atomi, di cui ognuno di noi è soltanto un decimilionesimo di miliardesimo di miliardesimo di miliardesimo di miliardesimo di miliardesimo.

Eppure continuiamo a provarci. Man mano che si espande la sfera di ciò che sappiamo, ancora più rapidamente di espande la sfera di ciò che sappiamo di non sapere. Anche se magari è un’impresa senza fine e non ci sarà mai una risposta definitiva, noi continuiamo a porci domande e a tentare di rispondere.

Perché è una delle uniche cose in grado di sollevare la nostra specie appena al di sopra del rumore bianco che permea tutto. La nostra coscienza è un modo che ha l’universo per fare esperienza di se stesso e tentare, almeno tentare, di comprendersi.

3 commenti

  1. Grande articolo Filippo.
    Leggendo te e la pagina FB di CHPDB, viene sempre fuori quanto siamo piccoli, fragili, ignoranti e inermi di fronte all’Universo.
    E quanto la nostra esistenza e quella della vita nella nostra casa (Terra) sia solo un momento pari a un battito di ciglia di fronte ai tempi cosmici.
    Ma viene anche fuori che noi, intesi come materia fatta di atomi, non moriremo mai e questo per me aiuta tantissimo a “Non aver paura del buio!”👏👏👏

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